Enrico Mentana, il fondatore di Open | Wikimedia
Enrico Mentana, il fondatore di Open | Wikimedia

Quando il clickbait è tutto. È successo anche conOpen, il portale di informazione “aperta” e dal basso fondato da Enrico Mentana. Doveva liberare l’informazione dai vizi del giornalismo ufficiale. È riuscito a fare peggio. Lo abbiamo scoperto dall’interno, concedendogli un’intervista.

Un giorno ci chiama un giornalista di Open, tale Valerio Berra. È un “giovane” di 32 anni, scrive per un giornale che promette rinnovamento, informazione dal basso, presa diretta. Ha un curriculum di piccole testate locali, cinque anni passati a raccontare la cronaca locale di Rho.

Enrico Mentana, il fondatore di Open | Wikimedia
Enrico Mentana, il fondatore di Open | Wikimedia

Oggi, è finito a Open, il giornale online che Enrico Mentana ha creato per valorizzare i giovani. Open, oltre che essere un giornale online e pieno di giovani dovrebbe anche essere una nuova testata capace di proporre un giornalismo nuovo. Cosa di cui in effetti ci sarebbe un gran bisogno.

Giornalismo: un ruolo al capolinea?

Leggiamo dal sito di Open “Open – che ha lo scopo di avvicinare i giovani lettori al piacere/dovere di essere informati – non ha scopo di lucro, è gratuito e vive su quanto versato da Mentana a fondo perduto all’atto della sua creazione e sui proventi delle inserzioni pubblicitarie”.

Essere informati: un “vasto programma”, come avrebbe detto il Generale De Gaulle.

Nella nostra vita ci è capitato sia di essere intervistati sia di verificare le informazioni ricevute a mezzo stampa con una effettiva conoscenza della materia, di qualunque materia. I risultati non sono mai stati maiuscoli. Dichiarazioni totalmente stravolte, informazioni approssimative, se non totalmente sbagliate, ci hanno fatto perdere la fiducia che informarsi sia possibile, o quantomeno probabile, partendo dai mezzi di informazione attualmente esistenti.

Certo la risposta non è l’informazione autogestita di gruppi facebook e Youtube, non è il sensazionalismo dei venditori di pozioni miracolose acchiappaclick, non è il complottismo, il negazionismo, il sensazionalismo

Un esempio della disinformazione intorno al monopattino
Un esempio della campagna di disinformazione con cui la stampa italiana demonizza da tempo il monopattino. Pirati della strada travolgono monopattini: il rivolo è “due incidenti in monopattino”. L’accusato è la vittima.

Purtroppo il successo del sensazionalismo social in molti casi ha fatto da modello anche per il giornalismo “ufficiale”. La lotta quotidiana è quella nel fango dei canali social. E non solo per le sezioni “speciali” a fondo pagina, destinate a cacciare click nei bassifondi dei social network, con scandali, notizie pruriginose e improbabili, gossip grossolano. 

È giusto quello che il lettore sa già, crede, sospetta. Sono giusti i cliché, i pregiudizi che si possono accendere con un titolo. È giusto quello che infiamma una platea che ormai non è più considerata di lettori ma di followers. 

Il caso della caccia alla monopattino

La demonizzazione del monopattino è un esempio di scuola. L’ostilità e il pregiudizio verso il monopattino è un fatto, che chiunque ne abbia guidato uno per più di qualche volta può testimoniare.

Per l’automobilista e il cittadino medio il monopattino è un bersaglio ideale. Tutti odiano il disordine generato dai monopattini (o almeno così si ripete). Tutti ne condannano la incredibile pericolosità, unita all’incoscienza di chi li guida.

Il monopattino è un mezzo utile alle amministrazioni, perché decongestiona il traffico, libera spazio, riduce l’inquinamento. Permette persino alle auto di muoversi meglio. Ma le amministrazioni devono utilizzare i monopattini con cautela, sempre con la grinta di chi è pronto a punire, perché l’ostilità generale a questo mezzo nuovo, ed evidentemente per molti poco comprensibile, è in agguato, sempre pronta a balzare fuori.

L’ostilità nei confronti del monopattino è una manna per le forze politiche che rimpiangono il passato e sono abituate a lucrare sul terrore della cittadinanza per qualsiasi cambiamento (cambiamento di uso, di paesaggio, di composizione etnica). Basta additare il monopattino e il riflesso dei propri followers è pavloviano: abbaiate, ringhiate, stridore di denti.

La demonizzazione a mezzo stampa del monopattino

Le statistiche Istat sugli incidenti stradali sono molto chiare, inoppugnabili. Il monopattino è uno dei mezzi più sicuri in circolazione.

A dispetto della sua apparenza fragile ed esposta, delle sue ruote piccole, della sua pericolosità percepita, il monopattino è un mezzo che causa pochissimi incidenti e quei pochi poco gravi. Non solo in numeri assoluti, ma anche in rapporto ai mezzi in circolazione.

In caso di incidente, la probabilità che quell’incidente sia grave o mortale è 15 volte più basso per chi guida un monopattino che per chi guida una “sicurissima” automobile.

E, lo ripetiamo, queste non sono opinioni ma numeri Istat, ricavati dall’osservazione e dalla sistematizzazione di tutti gli incidenti stradali avvenuti in Italia.

L’Istituto Nazionale di Statistica ha fotografato la gravità degli incidenti stradali in Italia, dividendoli per mezzi.

Indubbiamente è un dato controintuitivo, che contraddice un diffuso pregiudizio. Informare, probabilmente, dovrebbe voler dire fare sapere a chi legge come stanno davvero le cose. Se esiste un pregiudizio diffuso, di qualunque genere sia, il ruolo dell’informazione dovrebbe essere, per quanto ne possiamo capire, quello di far conoscere la realtà.

Sconfiggere il pregiudizio con i dati, con i fatti, con la conoscenza.

Purtroppo il compito che molta dell’informazione si è data è esattamente l’opposto. Ovvero quello di ignorare la realtà e utilizzare il pregiudizio per macinare qualche click in più.

Open, Valerio Berra e il diritto perduto di essere informati

Per queste ragioni abbiamo accolto la chiamata di Valerio Berra con ingenua fiducia. Un giornalista giovane. Una testata nuova, che si propone di cambiare le cose e di uscire dai binari ormai storti di un sistema che produce rafforzamento del pregiudizio, molto più che conoscenza. 

Open, un’occasione perduta dell’informazione italiana?

Abbiamo avuto fiducia in queste persone. E ovviamente ci siamo sbagliati. 

Quando il giovane giornalista ci ha chiamati, il riflesso condizionato di negarsi, di evitare di contribuire all’ennesimo episodio di calunnia e di disinformazione ai danni del monopattino è stato, lo confessiamo, fortissimo.

E per questo abbiamo voluto avere in anticipo qualche garanzia.

Cosa ci aveva detto Valerio Berra

Abbiamo chiesto al giovane autore quale fosse il taglio del suo articolo, se fosse l’ennesimo tentativo di additare il monopattino al pubblico disprezzo, nel qual caso avremmo cortesemente declinato l’invito.

Ci è stato risposto di no. Ci è stato risposto che l’obiettivo era quello di fotografare il cambiamento nell’uso quotidiano del monopattino dopo i bonus. Ci è stato risposto che il punto di vista che stavamo esponendo (quello descritto fino a qui) era interessante, che ne avremmo parlato. Che la nostra conoscenza di questo fenomeno era interessante. 

E siccome siamo una testata ancora giovane, che ha bisogno di essere conosciuta, ci è stato risposto che un link al nostro indirizzo sarebbe stato inserito nell’articolo. Ci è stato risposto che gli articoli e i dati che avevamo intenzione di fornire a voce, e che abbiamo spedito via mail erano interessanti, che sarebbero state considerate. 

Ci è stato detto che saremmo stati informati della messa online dell’articolo. 

Nulla di tutto questo è avvenuto.

Un’intervista mancata

Per affrontare l’intervista ci siamo preparati e abbiamo studiato, pronti a fornire dati su cui i lettori avrebbero potuto riflettere. Nel corso del caffè, offerto dal “giornalista”, che è rimasto l’unico momento utile e in qualche modo piacevole di questa esperienza ne abbiamo anche brevemente discusso. 

L’intervista in sé è poi stata centrata sul nulla: quanto costa una giornata in sharing in monopattino, la mia prima corsa in monopattino, dove vado di solito. Ciò che è stato montato, poi, sono soltanto io che mi metto il casco. Fine.

Ma si capisce anche perché.

L’operazione di sciacallaggio

Fiduciosi, abbiamo aspettato la cortese comunicazione promessa dal giornalista per la messa online dell’articolo. Niente. Nessuna mail. Nessuna chiamata.

Ecco il titolo, dell’ “inchiesta”: una vera operazione di killeraggio.

Un giorno, cercando di capire cosa potesse essere successo, ci siamo messi a cercare sul sito di Open. E abbiamo trovato l’articolo, ovviamente un pezzo completamente diverso da quello che ci era stato prospettato: una operazione tra le più grossolane che si siano viste fino a oggi per demonizzare un mezzo e lucrare qualche click sul pregiudizio del pubblico. Una trappola che è scattata grazie alla nostra fiducia nella buonafede di un giovane giornalista e di una nuova testata. 

Quando il giornalismo è “a tesi”

Ci sono due modi di fare giornalismo. Uno è quello di indagare la realtà senza preconcetti. Scoprire persone, avvenimenti, dati. Esplorare un mondo che non si conosce, cercare di comprenderlo, raccontarlo ai lettori. Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa che la realtà del monopattino, così come un giornalista la interpreta, coincida con il nostro punto di vista. Ma è necessario parlare con chi studia, conosce il fenomeno monopattino, e magari lo ama e lo difende, se si vuole comprendere la realtà. Qualunque essa sia. È necessario osservare tutta la complessità della questione se si vuole analizzarla e raccontarla.

Se si vuole, ricordiamo la “mission” di Open: 

“avvicinare i giovani lettori al piacere/dovere di essere informati”

L’altro modo di fare “giornalismo” (e qui le virgolette sono d’obbligo) è sposare una tesi e poi andare a caccia di qualunque possibile conferma, nello sforzo decisamente poco nobile, e che ha poco a che fare col piacere/dovere di essere informati, di fare un po’ di propaganda alle proprie teorie di partenza. 

Si cerca qualche fatto comodo, magari, che aiuti a rendere credibile il proprio progetto di comunicazione. Non si cerca la verità, indagando tutti i fatti, andando oltre l’aneddotica di comodo, il caso singolo che fa gioco. È un gioco molto vecchio e molto sporco, altro che giovane giornalismo e “dovere di essere informati”.

Si cercano le statistiche che mostrano la quantità di reati commessi da persone di una certa provenienza etnica (ignorando le statistiche, i numeri totali, i reati nel loro complesso).

Si cercano le testimonianze di crimini efferati e le reazioni delle vittime per puntare il dito contro una certa categoria (e si nasconde il quadro generale, trovando un solo colpevole, il capro espiatorio di tutti i mali). Si mostrano i danni o i pericoli della cosa che si odia per farne dimenticare i benefici e offuscare i danni e i pericoli che si vogliono difendere. 

Si fa del giornalismo a tesi a beneficio di chi paga lo stipendio. Il che è molto umano ma anche molto miserabile. Si potrebbe dire che il giornalismo acchiappaclick risponda alla purezza dell’ideale secondo cui “il padrone sono i lettori”. Ma non è esattamente così.

Clickbait e indipendenza sono due cose diverse.

L’indipendenza di una testata costruisce la sua autorevolezza. Il suo parco lettori in qualche modo fedele paga lo stipendio, tutti i mesi. Costruisce un progetto di credibilità, di serietà, di crescita a lungo termine. È l’approccio di un ristorante che cucina bene, al prezzo giusto, attira clienti, li mantiene, li accresce. Questa è l’indipendenza che il giornalismo dovrebbe cercare. 

Il clickbait non costruisce nulla. Cerca il centesimo di un istante, che potrebbe ripetersi come no. E per questo non si vergogna di distorcere, ingannare. L’importante è che i click qui e ora siano tanti. La sua logica è nell’istante. È un gioco perverso tra curiosità e inganno, che i lettori accettano volentieri.

Equivale alla trattoria che serve cibo avariato a prezzi folli al turista di passaggio. Al tassista che ti frega col tassametro taroccato. Chi lo rivedrà mai più, il cliente. E pazienza se così facendo si distrugge l’immagine di una città o di un paese. 

L’operazione criminalizzante di Open e Valerio Berra

Per concludere questa lunga disamina dei vizi vecchi e nuovi, antichi come giovani, del giornalismo “di servizio”, esaminiamo l’articolo realizzato da Valerio Berra per Open.

Ma fin qui sarebbe stato nel mainstream dell’ordinaria disonestà intellettuale che abbiamo raccontato in “chi perseguita il monopattino e perché”.

Occorreva il sanguinoso, il dettaglio terroristico e granguignolesco. Che è stato messo in copertina, per avvalorare l’accattivante tesi che vendere monopattini sia nientemeno che equivalente a vendere armi ai minori.

È difficile trovare al mondo qualcuno che sostenga tesi bizzarre contro questo o quel gruppo di persone? No. Basta prendere un microfono ed eccitare il protagonismo di qualcuno per scoprire che occorrerebbe sparare agli zingari, alle zattere, rimandare a Napoli i napoletani, impiccare i politici o, chessò, lapidare i giornalisti.

No, l’operazione di Valerio Berra non è un’operazione né coraggiosa né difficile, né imparentata con il giornalismo d’inchiesta. 

“Come vendere armi ai ragazzi”

Il giornalista ha trovato un rivenditore che ha deciso di non vendere più monopattini. E ha deciso di sostenere di averlo fatto impressionato da un incidente mortale.

Torniamo, come dovrebbe fare un giornalista, ai dati: secondo l’associazione amici della Polizia Stradale, gli incidenti mortali in monopattini, a settembre 2021 erano in numero di OTTO. A fronte di 140.000 monopattini circolanti. 

Otto incidenti mortali in nove mesi sono un dato che difficilmente potrebbe giustificare allarme sociale. Ma che non ha trattenuto il giornalista di Open dal titolare “C’è chi non li vende più: come vendere armi ai bambini”.

Ecco finalmente trovato il “gancio” sanguinoso per attrarre il click di un pubblico a cui è stato insegnato ad odiare il monopattino, la causa di tutti i mali.

Vale appena la pena di notare che il coscienzioso rivenditore che ha prestato la sua dichiarazione a Open, parlava davanti a un’esposizione di scooter, che faceva bella figura alle sue spalle.

Vale appena la pena di ricordare che il 2021 è stato funestato da 1281 incidenti stradali mortali. Sempre seguendo l’Osservatorio della Polizia Stradale possiamo scoprire che ogni weekend, anche invernale, i motociclisti sono coinvolti in un notevole numero di incidenti mortali. Tre, quattro, cinque. Ogni weeklend.

Monopattino no, scooter sì.

Ma questo non ha fatto così che il nostro venditore di scooter abbia deciso di smettere per coscienza anche questo business. Né ha fatto titolare a Open che vendere motocicli sia come vendere armi mortali che fanno strage continua. 

Nello screenshot dell’intervista si nota come per l’anonimo negoziante i monopattini siano un pericolo mortale ma gli scooter no.

Sarebbe stato un titolo calunnioso e criminalizzante verso il mondo delle due ruote. Ovviamente impensabile. Ma Open ha deciso di farlo verso i monopattini, nella speranza di ottenere un po’ di visibilità nutrita dal pregiudizio e dall’odio verso i maledetti monopattini. 

Un giro in traumatologia

Per completare il quadro del suo J’accuse (ma un J’accuse che al contrario di quello di Emile Zola tenta di rafforzare il pregiudizio), Valerio Berra è andato in un ospedale milanese specializzato in traumatologia, per scoprire di quali traumi soffra chi cade in monopattino e perché. Pare ci siano stati numerosi ricoveri in Pronto Soccorso. Una cosa che rattrista. Ma che, ancora una volta non ci dice se il monopattino sia più pericoloso di auto, moto, biciclette (spoiler per Valerio Berra: lo è molto meno, ed è l’Istat a registrarlo, non monopattinoelettrico.info). 

Si può anche andare in traumatologia per scoprire quanta gente scivoli per le scale o scendendo dall’autobus. Il quadro sarà indubbiamente drammatico. Ma l’obiettivo di Open ovviamente non era salvaguardare nessuno dagli incidenti. Era unirsi al coro dell’odio, con un acuto un po’ più alto e un po’ più allarmistico di quelli visti finora.

La fame di click è una cosa brutta, che conduce a questi risultati grotteschi.

Valerio, ne è valsa la pena?

Il giornalista ha ingannato (certamente noi). E peggio che mai indossando il nobile manto del giornalismo d’inchiesta.

Ha utilizzato gli istinti peggiori del suo pubblico per qualche click in più,  mentre fingeva di informarlo.

Ne è valsa la pena?

Potrebbe interessarti anche:

Il risultato di traffico sulle pagine web è social di Open è alquanto misero. Non lo linkiamo per non incentivarlo nemmeno con un click.

Open vive “sui proventi delle inserzioni pubblicitarie”, ovvero sulle visite. Tra gli elementi che possono indurre all’ottimismo c’è che il ritorno in denari di questa azione di disinformazione è stato trascurabile. Meglio così.

LASCIA UNA RISPOSTA

Scrivi un commento!
Please enter your name here